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PAOLO BROVELLI

Nel 1998, nell'ambito delle celebrazioni del cinquantesimo anniversario dell'Ape Piaggio, Paolo Brovelli e Giorgio Martino hanno progettato l'EurAsia Expedition percorrendo, a bordo di un’Ape, 25.000 km in 200 giorni attraverso 20 Paesi!

Paolo Brovelli arriva con un ritardo di mezz’ora all’incontro. Non so perché, ma l’ho perdonato subito: camicia bianca, capello lungo biondo, abbronzantissimo, apparentemente nessuna fede al dito.. la prossima volta vado anch’io a fare il giro del mondo in Ape!


D- Com’è nata l’idea di questo “folle” progetto?
R- E’ nata dal sogno di gente fanatica per i viaggi. Dopo anni di “vacanzine”, volevamo realizzare una grande impresa con il desiderio di placare finalmente la passione per i viaggi; ovviamente non è stato così!
Il nostro progetto si presentava assai costoso così abbiamo cercato degli aiuti scoprendo che proprio nel 1998 si festeggiava il 50esimo anniversario dell’Ape. La Piaggio ha subito accettato la nostra idea, per dare visibilità al mezzo, e siamo partiti.

D- Da dove siete partiti e dove avete concluso la vostra spedizione?

R- La partenza è stata fissata da Lisbona, l’arrivo a Pechino

D- Il tutto è raccontato in un libro “Sulle ali di un’ape”..
R- Si, la scrittura è stata poi un’altra avventura perché non era il mio mestiere!
Comunque, un viaggio così lungo comprende tanti piccoli viaggi:
il primo capitolo parla dell’Europa e della Turchia, insomma la zona nostra. Il secondo del Caucaso, che è stata una scoperta meravigliosa. Il terzo l’Iran, sicuramente il posto che mi ha maggiormente entusiasmato, dove ho trovato persone meravigliose.
Il quarto l’Asia Centrale, il quinto l’India e il Pakistan e l’ultimo la Cina, il posto più lontano in tutti i sensi!

D- Come siete stati accolti dalle popolazioni locali?
R- La gente è il motivo ricorrente all’interno del libro. Un paesaggio può essere anche freddo, la gente no, è calda. Ognuno ci raccontava la propria vita, e ciascuna delle persone che abbiamo incontrato ci ha lasciato ricordi unici. In Iran non abbiamo mai tirato fuori il portafogli! La gente ci offriva accoglienza in cambio della conoscenza del nostro mondo, siamo stati al centro dell’attenzione di tutti, altro che fare interviste.. erano loro che ci intervistavano!
Alla frontiera le persone vedevano l’Ape e già sorridevano, il sorriso era il Benvenuto riservato a noi. La lentezza del nostro mezzo di locomozione, è stato un valore aggiunto, ogni metro era un nuovo metro. E, per la cronaca, abbiamo offerto caffè a mezzo mondo! (nel vero senso della parola).
In Pakistan abbiamo toccato i 4.700 metri con la nostra Apetta, altro che andare sul Monte Bianco con la maschera dell’ossigeno!

D- Mi dicevi della “distanza” che avete riscontrato in Cina..

R- La distanza culturale è enorme, abbiamo avuto difficoltà con la lingua ma ancora di più con i gesti, che in quel paese sono opposti ai nostri! Però è bastato scendere in Tibet per trovare il nomade che ci dava il pacchettino per il viaggio, al mattino, con dentro i pomodori e prodotti locali.
Ogni capitolo sono sensazioni nuove e mondi nuovi. Passavamo dalla distruzione dei paesi ex sovietici (con gente assai chiusa) alle meraviglie dell’Iran, che è come stare a Milano!

D- Ma non avete mai avuto paura? Voglio dire, avete attraversato paesi pericolosi..
R- Questo è solo un pregiudizio. Se ti riferisci ai paesi mussulmani, noi non siamo mai stati additati in quanto stranieri, anzi siamo stati visti come delle risorse per loro.
Più ti addentri nelle zone e più pensi che da lì in poi non troverai più civiltà, invece non è così.
Si deve sempre vincere l’impatto iniziale.

D- Cosa ti dà viaggiare?
R- Con il viaggio diventi cosmopolita, più aperto agli altri, ti metti in discussione.
Non mi sono mai sentito “perso” durante tutto il nostro tragitto, anzi mi sono “trovato”.. ho trovato un’identità differente.
Il viaggio è uno stupore continuo!



Diletta Pirino
luglio 2007

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