Non ricordo di avere scelto di dipingere, in realtà
ho solo continuato unoccupazione che mi è
familiare dallinfanzia. Ricordo ancora molto volentieri
le lunghe ore che da bambino trascorrevo in compagnia
dei miei acquarelli e del silenzio. Ho scelto invece di
continuare, dopo, quando la pittura è entrata nella
mia vita come esperienza entro la quale cresceva la mia
coscienza culturale.
In questa semplice e splendida frase, tratta da unintervista
del 1985 di Patrizia Serra a Sergio Floriani, sono
racchiuse tutta lessenza e la profondità
dellopera di un artista affascinante.
Nato a Padova, si trasferisce a Gattico, nel Novarese,
dove vive e lavora.
La quiete, dunque, è la caratteristica prima dellopera
di Floriani, quella quiete che è un ausilio,
è remota, percettibile appena in un laggiù
che non è né gioia né dolore, né
bene né male (Francesco Saba Sardi, 1980).
E non è un caso che lintervista prima citata
con Patrizia Serra risalga al 1985, anno in cui molti
critici assumono quale termine di riferimento della
maturità prima di Sergio Floriani, il momento in
cui giungono a compimento qualitativamente eminente alcuni
motivi che rimarranno fondativi di tutto il suo percorso
ormai annoso. Motivi che vedono lartista poeta
dello specchiamento, dellinfinito, della capacità
del segno di deidentificarsi in tradizioni plurime di
senso piuttosto che farsi costrittore mortale d'un senso"
(Flaminio Gualdoni).

Il ricordo dellinfanzia, il ricorso al mito si
intrecciano nellopera di Floriani dandole un senso
nuovo, particolare, quasi eterno: lo stanno a testimoniare
le sue porte, sorta di quinta
teatrale, iconografia di una rappresentazione classica
al cui interno si muovono virtualmente attori e personaggi,
la porta, le porte di Floriani ci conducono lungo un labirinto
misterioso, enigmatico, frutto della proiezione - la propria
- su cui lartista misura la trasparenza ma, soprattutto,
la disponibilità dello spettatore (Enrico
Gusella). Le porte di Floriani, valga come esempio quella
- La Porta della Legge - p
resentata
e vincitrice del primo prem, io nel 1996 al primo concorso
internazionale di scultura Arona Arte,
sono enormi, aperte su uno spazio che si dilata allinfinito:
nello stesso tempo curiose e che incuriosiscono e seducono,
affascinano, riportano, come notava Marco Rosci, alla
purezza essenziale della finestra di
Brunelleschi e di Leon Battista Alberti, seppur
rivisitata. Limmagine - diceva ancora Floriani
alla Serra nellintervista del 1985 -, perversamente,
non vale per quello che ci mostra, vale solo per quello
che ci nasconde, per quello che ci suggerisce, per quello
che ci ricorda
Da un lato le strutture sottolineano
il continuo rifrangersi dellimmagine dentro di noi,
la sua capacità quasi magica di moltiplicarsi tornando
da tutte le direzioni, e nello stesso tempo la sua qualità
sfuggente ed ermetica, dallaltro mi colpisce sempre
linvadenza di questa situazione e forse ho il dubbio
di essere io a viaggiare dentro limmagine così
parcellizzata e sfuggente. Ma le strutture separano anche
limmagine dallo spazio circostante, la catturano
dentro gli specchi. E aggiunge Marco Rosci: La
struttura è la porta, il filtro, la soglia ambigua
di scambio, di flusso e riflusso fra lio-artista
e i suoi compagni di viaggio e limmagine-mondo,
ermetica, sfuggente, fra luce logica e spirituale e ombra
nichilistica.

In Identità complessa (1991) si coglie
il passaggio tra le opere con i cerchi dacqua e
quelle con le impronte, segni simbolici di un fondante
recupero sia del corpo sia dellidentità dellessere.
Con le impronte digitali quelli che erano i cerchi perfetti
determinati dal sasso gettato nello stagno di Narciso
si sono deformati trasformandosi in sigillo dell
io e in segno pittorico ingrandito e straniato
dalla sua origine.
Da Identità complessa limpronta,
tratta da un archivio ancora in fieri, diventa un segno
distintivo di Floriani, che ancora oggi si muove allinterno
di questa scelta significativa dal punto di vista tanto
formale quanto contenutistico.
Il percorso dellesposizione continua mostrando un
artista che procede allinterno di una direzione
coerente pur essendo sempre pronto a rimettersi in discussione.
La ricerca sul dittico, per esempio, iniziata già
alla metà degli Anni Novanta con opere quali Grande
arco arancio e Grande arco blu,
qui esposte, viene riproposta oggi sotto il segno della
non-complanarietà, di forme geometriche non omogenee,
che vengono affiancate in modo tale da negare, dallinterno,
la rigorosa razionalità insita nella geometria.
Il mondo espressivo di Floriani si propone dunque
come una continua riflessione su se stesso e soprattutto
sulle ragioni dellarte e della pittura.