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ARTISTI DEL LAGO

 

SERGIO FLORIANI

Opere 1991/2002

“Non ricordo di avere scelto di dipingere, in realtà ho solo continuato un’occupazione che mi è familiare dall’infanzia. Ricordo ancora molto volentieri le lunghe ore che da bambino trascorrevo in compagnia dei miei acquarelli e del silenzio. Ho scelto invece di continuare, dopo, quando la pittura è entrata nella mia vita come esperienza entro la quale cresceva la mia coscienza culturale”.
In questa semplice e splendida frase, tratta da un’intervista del 1985 di Patrizia Serra a Sergio Floriani, sono racchiuse tutta l’essenza e la profondità dell’opera di un artista affascinante.
Nato a Padova, si trasferisce a Gattico, nel Novarese, dove vive e lavora.
La quiete, dunque, è la caratteristica prima dell’opera di Floriani, quella quiete che “è un ausilio, è remota, percettibile appena in un laggiù che non è né gioia né dolore, né bene né male” (Francesco Saba Sardi, 1980). E non è un caso che l’intervista prima citata con Patrizia Serra risalga al 1985, anno in cui molti critici assumono quale “termine di riferimento della maturità prima di Sergio Floriani, il momento in cui giungono a compimento qualitativamente eminente alcuni motivi che rimarranno fondativi di tutto il suo percorso ormai annoso”. Motivi che vedono l’artista poeta dello specchiamento, dell’infinito, della “capacità del segno di deidentificarsi in tradizioni plurime di senso piuttosto che farsi costrittore mortale d'un senso" (Flaminio Gualdoni).

Il ricordo dell’infanzia, il ricorso al mito si intrecciano nell’opera di Floriani dandole un senso nuovo, particolare, quasi eterno: lo stanno a testimoniare le sue “porte”, “sorta di quinta teatrale, iconografia di una rappresentazione classica al cui interno si muovono virtualmente attori e personaggi, la porta, le porte di Floriani ci conducono lungo un labirinto misterioso, enigmatico, frutto della proiezione - la propria - su cui l’artista misura la trasparenza ma, soprattutto, la disponibilità dello spettatore” (Enrico Gusella). Le porte di Floriani, valga come esempio quella - “La Porta della Legge” - presentata e vincitrice del primo prem, io nel 1996 al primo concorso internazionale di scultura “Arona Arte”, sono enormi, aperte su uno spazio che si dilata all’infinito: nello stesso tempo curiose e che incuriosiscono e seducono, affascinano, riportano, come notava Marco Rosci, alla “purezza essenziale della “finestra” di Brunelleschi e di Leon Battista Alberti”, seppur rivisitata. “L’immagine - diceva ancora Floriani alla Serra nell’intervista del 1985 -, perversamente, non vale per quello che ci mostra, vale solo per quello che ci nasconde, per quello che ci suggerisce, per quello che ci ricorda… Da un lato le strutture sottolineano il continuo rifrangersi dell’immagine dentro di noi, la sua capacità quasi magica di moltiplicarsi tornando da tutte le direzioni, e nello stesso tempo la sua qualità sfuggente ed ermetica, dall’altro mi colpisce sempre l’invadenza di questa situazione e forse ho il dubbio di essere io a viaggiare dentro l’immagine così parcellizzata e sfuggente. Ma le strutture separano anche l’immagine dallo spazio circostante, la catturano dentro gli specchi”. E aggiunge Marco Rosci: “La struttura è la porta, il filtro, la soglia ambigua di scambio, di flusso e riflusso fra l’io-artista e i suoi compagni di viaggio e l’immagine-mondo, ermetica, sfuggente, fra luce logica e spirituale e ombra nichilistica”.


In “Identità complessa” (1991) si coglie il passaggio tra le opere con i cerchi d’acqua e quelle con le impronte, segni simbolici di un fondante recupero sia del corpo sia dell’identità dell’essere. Con le impronte digitali quelli che erano i cerchi perfetti determinati dal sasso gettato nello stagno di Narciso si sono deformati trasformandosi in sigillo dell’ “io” e in segno pittorico ingrandito e straniato dalla sua origine.
Da “Identità complessa” l’impronta, tratta da un archivio ancora in fieri, diventa un segno distintivo di Floriani, che ancora oggi si muove all’interno di questa scelta significativa dal punto di vista tanto formale quanto contenutistico.
Il percorso dell’esposizione continua mostrando un artista che procede all’interno di una direzione coerente pur essendo sempre pronto a rimettersi in discussione.
La ricerca sul dittico, per esempio, iniziata già alla metà degli Anni Novanta con opere quali “Grande arco arancio” e “Grande arco blu”, qui esposte, viene riproposta oggi sotto il segno della non-complanarietà, di forme geometriche non omogenee, che vengono affiancate in modo tale da negare, dall’interno, la rigorosa razionalità insita nella geometria.
Il mondo espressivo di Floriani si propone dunque come una continua riflessione su se stesso e soprattutto sulle ragioni dell’arte e della pittura.

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